I miei concerti dei Cure sono sempre stati un'esperienza. Sotto ogni punto di vista.
Al primo avevo 16 anni, era il 23 luglio 2002. C'era un sole spaccapietre ed io e Martina prendemmo un regionale da Napoli Campi Flegrei alle 8:30 del mattino, per cercare di essere all'Olimpico il prima possibile. Per lasciare che la disidratazione e la polvere ci ricoprissero tutte e per ascoltare i commenti estenuanti ed un po' non sense dei giovani darkiusi accalcati davanti ai cancelli. Dopo quattro ore la tensione era palpabile e la pipì generale era alle stelle. Dopo sette ore si sentivano imprecazioni varie, ma quando mettemmo piede dentro, quando finalmente riuscimmo ad acchiappare un posto in terza fila, capimmo che ne era valsa la pena. Che sarebbe stato qualcosa di incomparabile. I Cure iniziarono a suonare intorno alle 22 e smisero all'1. Io svenni due volte e piansi metà del concerto. Passammo poi la notte nei giardinetti vicino all'Olimpico e la scritta invicta sul mio zainetto nero è ancora verde, perché qualcuno ritenne che fosse più appropriata così. Fu strepitoso e coinvolgente.
Il mio secondo concerto dei Cure fu a Napoli, nel 2004, giugno 2004. Non avrei mai pensato di riuscire ad assistere ad un loro spettacolo a circa 10 minuti da casa mia e, soprattutto, non avrei mai pensato di ascoltare Boys don't cry dal vivo. Con me c'erano Anastasia e Martina, Gin e Amico Napoletano studente del Dams. Gin ed io battibeccammo un po', lui e la sua smodata passione per i Beatles, io e la mia incommensurabile saccenza adolescenziale. Ero di fuxia vestita ed ero felicissima, impolverata e strattonata qui e lì da un improbabile pogo.
L'ultimo è stato pochi giorni fa. Un'esperienza piuttosto matura, rilassata, ma al contempo entusiasmanete. Il biglietto me l'ha regalato la persona che era con me (indovinate chi), e dalla tribuna laterale dove ci eravamo seduti, non ho potuto trattenere le lacrime quando sono entrati in tutto il loro splendore ed hanno aperto con Plainsong. Tre ore di pura estasi. Sono rimasta ipnotizzata ed un po' intontita per la troppa emozione. Ed a serata conclusa, ho asserito che quella era stata una delle migliori notti della mia vita (per il concerto e per altro). Robert con molti chili in meno, Simon più arzillo che mai, ed uno stranissimo chitarrista darkiuso di provenienza sconosciuta. Porl mancava.
In sostanza grazie.
Ho finito di leggere il libro più strambo ed incredibile scritto da giapponese vivente. Kafka on the shore di Murakami. Contiene più citazioni a miti e leggende e filosofia greca che qualunque altro libro abbia mai letto. Temo di aver colto solo in parte il significato e l'essenza di questo romanzo dai toni a volte sanguinolenti, a volte sessuosi ed a volte così ingenui da far venire quasi il nervoso (alcuni dialoghi sono davvero. troppo. troppo. carini). Ovviamente, ho odiato il protagonista maschile (anche se mi ha fatto pena in alcuni momenti, e penso che suscitare pathos fosse l'intento dell'autore). Odio quasi sempre i protagonisti maschili, ma questo non mi impedisce di adorare il romanzo che sto leggendo e di restarci incollata per ore. Murakami è un genio. Ani, leggilo questo eh, impazzirai.
Sono tornata a Napoli martedì, per studiare, per prepararmi all'esame di Economia (una grossa incognita a detta mia, troppa troppa roba, poco pochissimo tempo). Mal che vada avrò tutti quegli schemi e schemetti già pronti. E' stata un'assurda epopea. L'ic è giunto alla stazione con mezz'ora di ritardo, ho aspettato la metro per un'altra mezz'ora. La metropolitana più affollata e lenta su cui abbia mai viaggiato. La tratta Piazza Garibaldi casa mia è durata un'ora e mezza, compreso il termine di corsa a Campi Flegrei. Sono arrivata a casa con i nervi a fior di pelle. Ma poi ci ho riso su. Ultimamente rido su un sacco di cose. Sto diventando Pollyanna.
Quel fatidico giorno, che ogni anno mi precipita addosso, sta arrivando. Mi salvi chi può.